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BAT FOR LASHES - “The Haunted Man”
Delusione su tutto il fronte, in assoluto: Natasha Kahn questa volta ci ha spezzato irrimediabilmente il cuore.
Sì, perché se da un lato, per noi recensori moderni, un titolo come “Bat for Lashes nuda!” è semplicemente manna dal cielo (accessi ai blog centuplicati, tirature folli di fanzine una volta stampate in casa in numero due/tre copie, citazioni honoris-causa in home-page su YouPorn), dall’altro mai ci saremmo aspettati di vedere la dolcissima polistrumentista inglese di origine pakistana cadere così in basso. Così in basso da dover ridursi a prendere come ispirazione per il suo nuovo ed attesissimo album The Haunted Man, niente popò di meno che il primo (e per ora unico, grazie al cielo, ma temiamo non ancora per molto) romanzo di Francesco Bianconi, intendiamo. Francesco Bianconi da Montepulciano, il cantante dei Baustelle, non so se ci siamo spiegati. Scusate, avremmo dovuto dire il “leader”, come precisa l’appunto sulla copertina. Scusate, avremmo dovuto dir “frontespizio”, per usare un linguaggio più aulico e consono al personaggio in questione.
La ragazza ovviamente, tramite il suo ufficio-stampa, nega, dice che non sa chi sia questo Bianconi, che non ha mai sentito parlare di questi Baustelle (e vorremmo crederle, nostro signore iddio onnipotente solo sa quanto vorremmo crederle), che Montepulciano lo conosce solo perché era scritto sull’etichetta del vino che stava bevendo l’altra sera insieme a quel bel ragazzo che vediamo immortalato con lei dai paparazzi quando poi alle tre di notte, appena vagamente smaltita la famosa “ciucca memorabile da rosso corposo del Valdarno” e ritrovatisi, senza sapere come, spogli come mamma li ha fatti, lei aveva dovuto riaccompagnarlo a casa caricandoselo in groppa, alla faccia della cavalleria e del maschio di una volta.
In effetti, la cara Natasha, a differenza dell’altezzoso menestrello toscano (scusate, avremmo dovuto dire “artista”), almeno ci mette la faccia (e non solo quella, diciamo che ci mette anche tutto il resto) e non lascia parlare per sè un’anoressica bruttina appena uscita dal parrucchiere di Liam Gallagher, con il cespuglietto poco curato e pure affetta da un (nemmeno troppo) leggero strabismo. Ma i punti di contatto (per usare un eufemismo - Albano avrebbe gridato al plagio per molto meno) restano e sono evidenti: la scelta del bianco e nero, la composizione, l’improbabile concetto, il tentativo di mettere in discussione l’antico monito dei nostri saggi (”homo homini lupus”) con una meta-citazione da Giuseppe Bertolucci del tipo: “o la donna?”.
Non basta quindi aver la pazienza di aspettare che cali la luna per veder quel cane selvatico (scusate, avremmo dovuto dire “mammifero placentato appartenente alla famiglia dei canidi”) tornar uomo (anche questa idea, siamo costretti a pensare, solo lontananamente farina del suo sacco, ma probabilmente figlia dalla collaborazione con Beck per la colonna sonora di Twilight - gli esperti del settore sapranno sicuramente illuminarvi meglio di noi riguardo al dualismo tra vampiri e lupi mannari che si perde nella notte dei tempi) per potersi dichiarare originali ed evitare a un così potenzialmente valido disco, che avrebbe potuto definirsi semplicemente bello, di risultare tale e quale il libro, ovvero presuntuoso, sopravvalutato e tristemente volgare.
Scusate, come recita la quarta di copertina, avremmo dovuto dire “lirico, spietato e sfacciatamente contemporaneo”.
N.d.R.: per mere questioni di SEO siamo poi costretti scrivere di nuovo “Bat For Lashes nuda!”, ma lo facciamo con la morte nel cuore. E tutto un certo prurito indefinibile nelle mutande.
MOM - “WOW”
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NOTE TO READERS: a seguire (ma solo per questa volta) la traduzione della recensione affrettata nel vecchio linguaggio, che, come annunciato, a breve andrà ad estinguersi, per sempre.
MOUSE ON MARS - “WOW”
I Mouse On Mars son sempre stati dei pionieri della musica elettronica. Da più di quindici anni ormai dietro alla consolle Jan St. Werner e Andy Toma hanno saputo rendere la loro creatura una delle più celebrate ed influenti della scena sperimentale europea e non solo. Dopo una carriera del genere, diventa inevitabile (quasi fisiologica, diremmo) la comparsa di una sorta di timore, chiamiamolo pure dubbio, l’ingresso in campo di un qualche San Tommaso sonico che (provocatoriamente ma non troppo) inizia a chiedersi e ora? sapranno andare oltre? come? Ecco spiegata quindi la necessità di un album come WOW, dedicato a tutti quegli uomini di poca fede che magari, anche solo una volta, nell’angolo più recondito della loro mente, hanno osato peccare pensando che i Nostri potessero in qualche modo adagiarsi sugli allori, crogiolandosi nel loro status ormai inossidabile che li pone in pianta stabile tra i più imitati nel ricorso alle più avanzate tecnologie digitali. Quindi è ufficiale: i Mouse on Mars sono tornati. E sembrano inarrestabili nel loro processo di innovazione culturale così come nel loro essere, quasi spontaneamente, anticipatori di nuove tendenze. O forse dovremmo dire che Jan e Andy, le nuove tendenze, non le anticipano: le creano. Ecco quindi la riposta a chi pensava che il duo tedesco avesse raggiunto il limite nel suo processo di perfezionamento di nuovi linguaggi sonori, a chi credeva che, dopo aver campionato di tutto, i Mouse On Mars non avessero più niente da campionare. Eccoci qui, nella luce dell’alba del nuovo millennio, noi piccoli umani, ad assistere impotenti e meravigliati all’ultimo stadio del sampling digitale: il campionamento del linguaggio. Preparatevi, da oggi in poi niente sarà più come prima: stop alla punteggiatura, basta complesse locuzioni prive di contenuto, fine del barocco nella comunicazione globale. La tracklist di WOW non lascia scampo, la strada è segnata, il futuro dell’espressione orale sta in questo mantra: solo parole di tre lettere.
Rigorosamente maiuscole.
GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR - “Allelujah! Don’t Blend! Ascend!”
Dopo l’iniziale disorientamento che accompagnò l’uscita del loro primo album, ormai quasi venti anni fa, dopo lo sgomento che provocò tra critica a pubblico questa nuova forma di post-rock alla canadese, dopo dieci anni esatti di silenzio che son sempre un’ottima strategia per poi tornar sulle scene con le stesse robe di dieci anni fa ma sperando che chi ascolta nel frattempo si sia dimenticato e le reputi nuovamente all’avanguardia. Dopo, in generale. Solo che qui par quasi di esser ritornati a prima. Sì, perchè, per quanto affinato dalla maturità e dall’esperienza, ripulito dai bug di gioventù e testato con successo anche sulle nuove generazioni indie, l’algoritmo dei Godspeed You! Black Emperor è ormai empircamente svelato. Come quello di Google, ma con meno ripercussioni in termini di SEO. Innanzitutto (STEP 1) pochi pezzi: quattro, massimo cinque. Lunghi in media (STEP 2) un quarto d’ora (meglio però se con picchi di venti minuti buoni) ma che non prendono forma e senso prima dell’ottavo minuto abbondante. Una volta si chiamavano intro, ma se l’intro dura più della canzone intera, allora vuol dire che ci siam persi qualcosa nel frattempo. Poi il titolo: lunghissimo, improbabile e bislacco (STEP 3), meglio se incomprensibile ai non appartenenti a una qualche setta musicalmente alternativa e intervallato da un’abbondanza indigesta di segni di interpunzione e caratteri speciali non supportati dai browser di vecchia generazione. Una roba che se cerchi GSY!BE su Internet Explorer 6 nella migliore delle ipotesi ti esce una notifica del tipo “impossibile scaricare il plugin”, nella peggiore un minaccioso pop-up recante l’inquietante avviso “questo sito è stato bloccato dalla polizia di stato”. Infine la copertina (STEP 4).
In copertina un’immagine in bianco e nero (meglio se in grigio chiaro e grigio scuro), possibilmente molto brutta, sgranata e messa a fuoco dal direttore della fotografia di Lucignolo. Come vediamo quindi, pochi passi, semplici e chiari, che l’ultima fatica della band, questo acclamatissimo Allelujah! Don’t Bend! Ascend! segue pedissequamente e senza la minima incertezza. Scendendo nel particolare, possiamo valutare come, mentre i primi due punti sono centrati in pieno, riguardo al terzo non si raggiunge (ma era impossibile, dobbiamo ammetterlo) la perfezione del loro secondo disco F♯ A♯ ∞ (rimasto nella storia come il primo - ed ultimo, grazie a dio - album interamente composto utilizzando la finestra “insert symbol” di Word), preferendo in questo caso puntare con furia bulimica sui punti esclamativi, che comunque fan sempre la loro porca figura. Ma è nell’ultimo step della sequenza che questo ritorno della band di Montreal dà il meglio di sè: come cover non potevamo infatti pensare a niente di più orripilante di questa roba qua, che altro non può ricordarci se non - a voler essere indulgenti - un frame sospetto, rubato illegalmente dalla videocamera di perlustrazione di un tank afgano.
HUMAN DON’T BE ANGRY - “Human Don’t Be Angry”
Nessuno ci toglie dalla testa che lo scioglimento degli Arab Strap, sia stato, per Malcom Middleton, una sorta di liberazione. Uscito infatti dal cono d’ombra generato dalla stazza cupa, claustrofobica e depressa di Aidan Moffat, il rossiccio chitarrista britannico ha finalmente potuto apprezzare l’effetto del calore di qualche raggio di sole sulla sua pelle palliduccia. Niente di meno che una bella scottatura. O questo almeno è quello che è stato con i suoi primi album solisti, che sembravano ancora risentire di quella timidezza quasi impaurita di chi non è abituato ai fari della ribalta e si è dimenticato di presentarsi all’appuntamento con i riflettori senza una bella protezione-40. Con quest’ultimo progetto Human Don’t Be Angry, invece il buon Malcom sembra sancire definitivamente l’emancipazione dai suoi fantasmi, riavvolgendo con improbabile allegria il suo personale nastro fino alla lontana infanzia, vissuta felicemente in famiglia a giocare a Sapientino e Indovina Chi? prima che la sua esistenza fosse offuscata dall’incontro con l’orco Aidan.
Di cosa stiamo parlando? Di un tuffo retrò in una scenetta di Happy Days nell’America ricca e spensierata degli anni ‘50? Difficile, visto che Malcom Middleton è nato a Dumfries, uno dei paesini più sperduti nella buia Scozia. Nel 1973.
Piuttosto di una regressione cognitiva senile un po’ precoce. Che si sa: invecchiando si ritorna tutti un po’ bambini.
E allora bando alle ciance ed ecco qua il nuovissimo gioco in scatola targato Chemikal Undergound, divisione indie-pop di Giochi Preziosi™. Pronti, via! Sbaraglia i tuoi avversari a Human Don’t Be Angry, il primo passatempo pensato espressamente per stimolare la mente dei musicisti in crisi di identità e di ispirazione! Premi l’innovativo pulsante pop-o-matic per generare automaticamente pezzi a caso di testi introspettivi, piccoli giri di chitarra acustica e loop scontati di drum-machine. Adatto dai due ai quattro componenti per band, dai trent’anni in poi, ma con almeno uno scioglimento e due tentativi solisti alle spalle. Sfida mamma, papà e la sorellina che non vedevi dall’inizio del tuo primo tour europeo e vivi di nuovo l’atmosfera familiare da Mulino Bianco che non ti potevi permettere quando eri una rock star complessata. Goditela ora. Perchè tra un paio di anni avrai bisogno di nuovo di qualche lira per campare.
E a quel punto c’è una sola soluzione: si chiama reunion.
SOAP & SKIN - “Narrow”
Anja Franziska Plaschg è una ragazza relativamente sveglia e, quando ha deciso che avrebbe voluto diventar famosa registrando dei dischi, la prima cosa che ha capito è che con un nome che non si sa se si fa più fatica a leggerlo o scriverlo non sarebbe andata da nessuna parte. Ha così pensato di farsi conoscere al grande pubblico sotto lo pseudonimo di Soap & Skin, scelta che forse avrebbe dato risultati più tangibili se avesse deciso di diventar famosa vendendo prodotti di bellezza porta a porta. O facendo la commessa alla Lush. Questo moniker infelice (mai quanto il nome di battesimo, concordiamo, ma comunque infelice) pare infatti andare stretto all’ex bambina prodigio austriaca, e risultare per lei un pesante fardello che la vincola nelle sue scelte stilistiche oltre che, inevitabilmente, influenzare la critica, che pare propensa a commentare la sua pelle pulita e senza brufoli più che il valore effettivo delle sue canzoni. E allora anche noi, pur con sommo rammarico, come possiamo esimerci dal raccontare questo secondo disco della giovane artista in un’ottica di cosmesi al naturale? Era una domanda retorica, quindi evitiamo di rispondere e andiamo avanti. Certo non possiamo dire che la cara Anja, con questo nuovo Narrow, abbia rinnegato completamente quando fatto con il precedente Lovetune for Vacuum. Anzi. I due dischi, ad una prima superficiale analisi, sembrano praticamente uguali: caratterizzati da un background scuro e palesemente incentrati in primo piano sull’egocentrismo della ragazza.
Se ci diamo il tempo di un confronto più approfondito però, le differenze vengono a galla e testimoniano invece una scelta decisa e un radicale allontanamento dalla vecchia produzione artistica. O quantomeno dalla vecchia parrucchiera. Se infatti nel primo disco (pur sempre senza esagerare, per non rovinare la sua reputazione di brava ragazza sociopatica di non certo facili costumi) si notava una innegabile ricerca estetica nella cura del corpo (i capelli sì spettinati, ma spettinati bene, raccolti in una crocchia a modo suo civettuola, un tocco di fondotinta bianchiccio di scuola dark, eyeliner, rossetto e sopracciglia rifinite, a citare tutti i dogmi della make-up artist di Tim Burton), questo ultimo album invece testimonia come la Nostra, nei tre anni trascorsi tra le due uscite, si sia (permetteteci di usare un eufemismo che, in termini di scrittura creativa pop, fa il pari con la domanda retorica di cui sopra) lasciata andare. Pure troppo. Sì, perchè la Soap & Skin che ritroviamo qui pare essersi appena svegliata. Dopo una notte con Mike Tyson, però. Il volto quasi tumefatto, le labbra gonfie e spente, il naso schiacciato, i capelli scoloriti e con una ricrescita imbarazzante. Il messaggio è evidente: Anja Plaschg si è stancata sia del soap profumato che della skin di velluto, ha detto basta a creme, cremine, trucchi, trucchetti e cosmetici testati sugli animali e ha deciso di dare alla sua musica una svolta più eco-friendly e assolutamente acqua e sapone. Proposito apprezzabile, per l’amor di dio, però, non per far gli Enzo Miccio dell’indie sperimentale, ma insomma: figlia mia, presentarsi alla porta con quelle occhiaie, che figura ci facciamo?
THE XX - “Coexist”
Eccoli al varco del tanto atteso secondo album, gli XX. Ancora non ci eravamo stancati di ascoltare il primo che già la domanda sorgeva spontanea: i ragazzi avrebbero saputo ripetersi? Gli adolescenti indie vi diranno che non c’erano dubbi, che il buon giorno si vede dal mattino e che era chiaro che non sarebbe stato un fuoco fatuo, quello acceso tre anni fa da questi giovanotti vestiti di nero. E la verità è che, se prendiamo alla lettera la definizione di ripetersi, allora la risposta è in effetti sì: gli XX si son ripetuti eccome. Il nuovo disco infatti è identico al precedente, ma proprio sputato, solo che a colori invertiti. Gli adolescenti indie però vi diranno che no, che la giustificazione di questo sta nel fatto che l’omonimo debutto XX era un disco notturno, sussurrato all’orecchio (giusto a lato della loro frangetta, lì accanto all’orecchino a forma di logo della Rough Trade), mentre Coexist è un disco che si colloca alle prime luci soffuse dell’alba, guardandoti dritto nelle pupille (giusto lì al centro degli occhiali grossi da pentapartito o di qualunque altra mongolata colorata abbiano appesa al naso). Ma la verità è che XX era una croce bianca su sfondo nero, mentre Coexist è semplicemente la stessa croce, ma ora scura su sfondo bianco (se escludiamo quella macchietta colorata che è palesemente un effetto di rifrazione ottica causata da un obiettivo poco pulito). Eppure gli adolescenti indie vi diranno che no, che proprio quel riflesso d’arcobaleno è la testimonianza che gli XX sono cresciuti, che da timidi ragazzini che erano sono approdati a un risultato più maturo pur mantenendo e affinando le atmosfere intime e rarefatte che li hanno sempre caratterizzati. E allora, visto che tanto con gli adolescenti indie non ci si può parlare, facciamo che la verità è che sì: gli XX son cresciuti.
Nel senso che hanno imparato come si installa Photoshop su quel fichissimo MacBook Pro che usano per fare musica e scoperto subito un paio di utili scorciatoie da tastiera.
Tipo mela+I.
ARCHIVE - “With Us Until You’re Dead”
Disco destinato a far parlare di sè, questo ottavo lavoro della band londinese. E diciamo ottavo, perché siamo ottimisti per natura, perché la speranza è l’ultima a morire, perché gli inquirenti non hanno escluso ancora nessuna pista. Disco destinato a far parlare di sè infatti, questa ottava meraviglia partorita dai nostri paladini di quel moderno trip-hop, qui e ormai poco percepibile, ma che rimane inevitabilmente un’etichetta limitativa entro la quale l’industria discografica ama colpevolmente inserire il loro genere, in realtà ben più ampio e senza confine. E diciamo ottava per non dire ultima, visto che le notizie che trapelano dalle nostre fonti infiltrate all’interno del distretto di polizia di Islington non fan presagire niente di buono. Perché sì, è un disco destinato a far parlare di sè, questo, ma purtroppo non per le sue innegabili qualità artistiche, piuttosto per le ipotesi che ormai da giorni si stanno rincorrendo riguardo alle inquietanti circostanze in cui il promo è pervenuto ai ragazzi dell’etichetta Dangervisit (un nome che avrebbe dovuto essere, con quello strumento inutile che è il senno di poi, tristemente premonitore). E’ ormai infatti noto (le foto sono uscite anche su The Sun) che la prima copia del nuovo album degli Archive è stata ritrovata da un vicino di casa di Darius Keeler (membro fondatore della band) che, insospettito dall’insolito silenzio che da giorni gli permetteva stranamente di dormire (un lusso che chi divide il condominio con un musicista raramente può permettersi), ha fatto irruzione nell’abitazione/studio, trovandola in condizioni che, durante il primo interrogatorio, non ha esistato a definire “disgustose”. Stanze vuote, muri incrostati e pericolanti, segni evidenti di una colluttazione che ha lasciato solo terra bruciata dietro di sè: non più un mobile, uno strumento, uno spartito, un’anima viva, se non un cd senza copertina e una scritta incisa sul muro (con un chiodo? con un coltello? con le unghie? non si sa: la scientifica ha fatto tutti i rilevamenti del caso e sono tuttora in corso le analisi degli indizi): With Us Until You’re Dead. Accanto, sotto un’impresentabile carta da parati a fiori stracciata con la foga di chi non fa troppi complimenti, la fototessera dello stesso Keeler (presumibilmente strappata da un suo documento di identità), anch’essa orrendamente mutilata di graffi e scarabocchi fino renderne irriconoscibili i lineamenti. Carlo Lucarelli è già sul posto (paura, eh?), ma anche lui non riesce per ora a tirare le fila di una vicenda che si preannuncia come minimo intricata. Un avvertimento? una minaccia? uno scherzo di pessimo gusto? Le possibilità sono molteplici, ma le autorità ad oggi brancolano nel buio. L’unico fatto certo è che di Keeler e di tutta la band non c’è più traccia: introvabili, scomparsi, svaniti nel nulla. Che sia un rapimento a scopo di riscatto (nessuna richiesta in questo senso è ancora pervenuta al manager e ai familiari dei membri del gruppo), l’atto di un folle psicolabile (forse un fan deluso dalla svolta “orchestrale” dell’ultimo periodo? speriamo di no, la scena inglese non ha bisogno di un altro martire à la John Lennon), una storia di gelosia finita male (i tabloid continuano a spingere per la pista passionale e hanno già pubblicato un accurato reportage intervistando un paio di groupie in topless) o una semplice messa in scena per pure questioni di marketing (sarebbe sicuramente una strategia di promozione originale per il nuovo LP che indubbiamente riporterebbe l’attenzione su una band da sempre e colpevolmente trascurata dai media) non ci è dato sapere. La nostra speranza (come quella della maggior parte degli appassionati di musica, siamo sicuri) è che la questione si risolva nel migliore dei modi e nel più breve tempo possibile, che gli Archive possano far seguire all’album un lungo tour (come era nelle previsioni), e che questo disco venga ricordato come un capolavoro e basta, e non come un capolavoro postumo.
NINA SKY - “Nicole and Natalie”
L’album di debutto delle due gemelle portoricane (ma ormai saldamente stanziate a NYC) Nicole e Natalie Albino, senza ombra di dubbio, è destinato ad entrare nella storia.
Della psicoanalisi, però.
Dal basso della nostra ignoranza in materia possiamo infatti azzardare l’ipotesi (o almeno ciò è quello che traspare da questo primo lavoro) che le ragazze siano affette da una rarissima sindrome, che battezzeremmo disturbo borderline di personalità in reverse. Mentre infatti il classico disturbo borderline può essere sinteticamente descritto come una patologia caratterizzata da instabilità pervasiva dell’umore, delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé, dell’identità e del comportamento, e una più generale anomalia nella percezione del senso della propria persona (per non spaventare troppo i meno esperti in medicina indie, riassumiamo il tutto prendendo ad esempio il classico thriller psicologico - uno a caso: Fight Club - in cui c’è un tizio che un attimo prima è certo di essere una persona e l’attimo dopo, a seguito di lunghe ed estremamente fotogeniche convulsioni, un’altra), in questo caso (primo ed unico nella storia dell’R&B e della musica internazionale in generale) le due sorelle, pur essendo a tutti gli effetti (per quanto molto simili nel loro indiscutibile omozigotismo) due donne ben distinte, sono invece convinte di essere la stessa persona: una certa Nina Sky appunto, della quale sappiamo ben poco (cosa del tutto normale, questa, visto che il personaggio in questione esiste solo nelle menti malate delle due giovani Albino). O quantomeno fanno di tutto per diventarla. L’esperimento però, già improbabile e azzardato (anche se - come negarlo? - suggestivo) in partenza, viene ulteriormente complicato dai gusti, spesso diametralmente opposti, delle Nostre. L’album, purtroppo e inevitabilmente, nonostante i lodevoli e molteplici riferimenti cinematografici che si intravedono tra le note (oltre al già citato capolavoro di David Fincher, ricordiamo, uno tra tutti, quella pietra miliare del cinema nostrano che è la pubblicità dell’acqua Rocchetta - Brio Blu, mi piaci tu - con Paola Cortellesi, artista la cui influenza evidentemente ha varcato l’oceano e fatto breccia nel cuore dei creativi della grande mela), risente in maniera evidente di questo contrasto che ne mina le fondamenta, di questo amore/odio tra consanguinee che reciprocamente mirano l’una ad essere l’altra, pur essendo già inconfutabilmente uguali. Nicole and Natalie risulta così un disco contraddittorio e ancora perso nella vana ricerca di una ben precisa identità. Sensazione questa, che si nota particolarmente analizzando alcuni piccoli (ma non per questo meno importanti) dettagli della produzione, assegnata qui al veterano dell’R&B Salaam Remi che, aggrappandosi alla sua esperienza, fa di tutto per assecondare il delirio psicotico del duo, ma senza riuscire a completare in maniera soddisfacente l’opera. Per dire: sul make-up (nero, elegante e non troppo volgare), sul rossetto (rosso acceso e sexy) e sull’inguardabile fantasia maculata del vestitino, ci siamo.
Sul taglio di capelli invece, c’è ancora tanto da lavorare.